PERCHE’ L’AQUILA 5 MAGGIO

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(Foto. Shibboleth, Doris Salcedo, Turbine Hall, Tate Modern)

Vedere con i propri occhi. Forse è questo il principale dovere professionale, ma prima ancora ontologico, di uno storico dell’arte. Ed è proprio per questo che il 5 maggio tutti gli storici dell’arte italiani si riuniranno all’Aquila: per vedere con i propri occhi la realtà – unica al mondo – di un centro monumentale straordinariamente esteso e straordinariamente importante semidistrutto e non restaurato. Se nell’Italia del 2013 c’è un fronte in cui lo scempio del paesaggio e la distruzione del patrimonio artistico si fondono in un unico micidiale attacco alle libertà fondamentali dei cittadini, quel fronte è l’Aquila. A quattro anni dal devastante terremoto del 6 aprile 2009, il capoluogo abruzzese appare come un laboratorio diabolico dove le peggiori tendenze del pensiero e della prassi nazionali si sono, per così dire, materializzate.

Le lugubri risate cui i signori del cemento si abbandonarono nella notte del sisma, si
sono immediatamente concretizzate nel così detto progetto C.A.S.E. L’acronimo sta per «complessi antisismici sostenibili ecocompatibili»: e c’è da sperare che almeno antisismiche lo siano davvero, perché le ‘new towns’ militarmente imposte da Silvio Berlusconi e da Guido Bertolaso (cioè gli insediamenti, sorti intorno alla città, che accolgono quindicimila dei quasi trentamila aquilani che vivevano nel centro storico), non sono né socialmente «sostenibili», né tantomeno «ecocompatibili». Sono invece dei non-luoghi di cemento che sembrano immaginati da Orwell: anonimi, senza servizi, senza piazze. Con i mobili uguali in ogni appartamento, e in comodato come tutto il resto. E con giganteschi televisori-alienatori che fanno da piazze e monumenti virtuali per un popolo che si vuole senza memoria, senza identità e senza futuro: e, dunque, senza la rabbia per ribellarsi. A qualche chilometro da questo insensato (ma assai lucrativo) scempio paesaggistico e sociale, il meraviglioso ed estesissimo centro monumentale dell’Aquila appare condannato a morte. Finalmente, terminata l’orrenda esperienza del commissariamento, sono partiti i primi ventitré cantieri: ma chiese monumentali come il Duomo sono spesso ancora a cielo aperto, o sono protette da ridicoli teli, e dunque in preda alla pioggia e alla neve. E di questo passo ci vorranno oltre vent’anni per riavere l’Aquila ‘come prima’. Ma a quel punto senza i cittadini: con un’intera generazione di non-cittadini cresciuta nelle non-città che sono le new town.
In questo senso allarmano le conclusioni di uno studio dell’OCSE e dell’univeristà olandese di Groeningen che propone «che venga modificata la destinazione d’uso» degli edifici, permettendo ai proprietari di «modificare la struttura interna delle loro proprietà (in parte o in totalità) … conservando e migliorando allo stesso tempo le facciate storiche degli edifici». Come ha denunciato Vezio De Lucia, un’idea del genere rinnega la migliore scienza italiana del recupero del tessuto antico delle nostre città, per cui (almeno dalla Carta di Gubbio, del 1960) «i centri storici sono un organismo unitario, tutto d’importanza monumentale, dove non è possibile distinguere, come si faceva prima, gli edifici di pregio (destinati alla conservazione), dal tessuto edilizio di base». Il rischio è che qualcuno pensi di trasformare l’Aquila ricostruita in una specie di set cinematografico, o di disneyland antiquariale, fatto di facciate e gusci pseudo-antichi che ospitano servizi turistici in mano a potenti holdings economiche. Si tratterebbe cioè, di fare all’Aquila in un colpo solo ciò che un lento processo sta facendo a Venezia o a Firenze: deportare i cittadini in periferie abbrutenti e mettere a reddito centri monumentali progressivamente falsificati. Ma basta guardare in faccia gli aquilani per comprendere che una prospettiva del genere equivarrebbe al suicidio del nostro Paese: il paesaggio e il tessuto monumentale italiani non sono qualcosa di cui possiamo sbarazzarci impunemente. Sono la forma stessa della nostra convivenza civile, della nostra identità individuale e collettiva, del nostro progetto sul futuro. È per questo che gli aquilani devono poter tornare a vivere, prima possibile, nelle case antiche del cuore della loro città: per far capire a tutti gli italiani a cosa servono, davvero, la nostra natura e la nostra storia. Ed è per questo che gli storici dell’arte devono andare all’Aquila: per portare, attraverso i loro occhi allenati, nella coscienza intellettuale di tutta Italia che cosa è, veramente, la tragedia dell’Aquila; per avviare una vicinanza di tutta la comunità scientifica della storia dell’arte alla ricostruzione materiale dei monumenti, con tutti i problemi enormi che le sono collegati; per riscoprire la vera identità della loro missione professionale. Per comprendere, cioè, che la storia dell’arte non serve a intrattenere ricchi signori attraverso le mostre mondane della domenica pomeriggio, ma serve a restituire – attraverso la conoscenza – ai cittadini italiani l’arte e la storia delle loro città. All’Aquila il divorzio tra cittadini e monumenti è tragicamente evidente: ma questo è un destino che incombe su tutte le città d’arte italiane. Il 5 maggio gli storici dell’arte sono all’Aquila per affermare che non basta una ricostruzione materiale: è il tempo di una ricostruzione civile. Per l’Aquila, per l’Italia.

Tomaso Montanari

(quest’articolo è stato pubblicato sulla rivista MU6 www.rivistamu6.it)

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